20 gennaio 2012

LA DIMENSIONE CAMPANILISTICA DI QUESTO PAESE

Non dico niente di nuovo, né di originale. Lo so.
Ma il fatto è che certe cose un conto è leggerle nei saggi e negli articoli delle migliori menti giornalistiche e intellettuali di questo assurdo Paese (Ceronetti, Arbasino, Bianciardi, Sciascia, Bocca, e passando ai vivi Maltese, Serra ecc. ecc.), altro è vederle e toccarle con mano nel quotidiano.
E non finiscono mai di sconcertarmi.
Questo è un Paese che ha, per così dire, una visuale sul mondo delle proporzioni di una caccola.
Ossia: la maggioranza della gente vive la propria quotidianità dentro un recinto mentale ed esistenziale costituito nemmeno dal proprio Comune di residenza, o dal proprio quartiere.
Vive dentro un sistema di riferimento spaziale e mentale che al massimo si compone di due/tre strade, e tre/quattro luoghi topici: la casa, il luogo di lavoro, il bar della colazione pre-stracciamento di coglioni dell'entrata in ufficio, l'altro bar - quello che invece va bene per la pausa pranzo. Perché, da quando la società post-industriale ha disintegrato il concetto di mensa aziendale, e mette a serissimo repentaglio la pausa pranzo medesima, per chi non può o per mille motivi non vuole ricorrere alla cara, vecchia, economica schiscetta dei nostri nonni operai, l'unica soluzione è appunto il panino o la piadina al bar. E spesso non è quello dove si fa la colazione, perché uno si ritiene meritevole per i cappucci e le briosches, l'altro per il pasto del mezzodì. Poi c'è qualche negozio di fiducia; ma sempre meno, perché ormai vanno per la maggiore le domeniche trascorse nei centri commerciali, i luna park del terzo millennio. Cos'altro ancora? Ben poco oltre a questo. Non i teatri certamente, frequentati da un'élite intellettuale sempre minoritaria rispetto alla massa, per quanto cospicua se osservata quando si concentra, un po' come le cavie nelle gabbiette, nei suoi luoghi deputati (il che, va detto, non manca di consolare un po'). Non le librerie, e vale lo stesso discorso dei teatri; perché se è vero che sono piene, la maggioranza della gente compra Faletti. I cinema sì, ma attenzione: ormai solo i multisala all'interno dei suddetti centri commerciali, nei quali l'italiano medio entra per vedere un film (che già per una famiglia di quattro persone sono quaranta carte) e finisce con l'abboffarsi alle mangiatoie pseudo-etniche arredate, si fa molto per dire, in stile; giocare ai vari giochini; far pescare i pelusches a grandezza umana ai figli alle pesche elettroniche (la tristezza della tristezza: già le pesche di paese son sempre state deprimenti... figurarsi la loro versione riveduta e corretta che le trapianta dalla sagra del culatello al luna park iper-tecnologico del terzo millennio); tirare su il ruttino di digestione con litrate di Coca Cola (sempre più annacquata da chili di cubetti di ghiaccio, ci avete fatto caso?), per concludere con orride porzioni di pop-corn beccandosi (pagandola profumatamente con due/tre euro di sovrapprezzo sul biglietto) mezz'ora di pubblicità e trailer dei film in uscita, prima di vedere quello per cui si trova lì.
Questo è il reticolo dei riferimenti esistenziali della maggior parte della gente che vedo intorno a me.
La domanda è: ma come fa a bastare? Come si fa a non sentirsi soffocare? Come si fa ad essere appagati? A non sentire il bisogno di scoprire nuovi orizzonti, vedere nuovi paesaggi, cambiare strade, cambiare aria, cambiare facce? Ora, non dico che tutti debbano sentire nella stessa misura un afflato d'avventura alla Salgari.
Ma Dio buono e santo, com'è possibile che l'abitante medio dell'hinterland milanese conosca a stento, di Milano, piazza del Duomo, corso Vittorio Emanuele, il Castello Sforzesco e via Torino, come i giapponesi in visita organizzata da Tokyo?
Ne ho incontrata tanta, tantissima di gente così. Non la si può considerare un'eccezione, ma la regola.
In questo Paese, i metri di misura dell'esistenza sono la famiglia (o sarebbe meglio dire quanto ancora ne rimane, o comunque un'immagine della famiglia da far passare all'esterno, non importa poi quanto di squallido e triste si consumi realmente all'interno delle mura domestiche); e casa propria, intendendosi come tale l'area rigorosamente circoscritta alla soglia dell'appartamento o della villetta a schiera. Mentre già il pianerottolo antistante, o il giardino comune, viene vissuto e percepito come un'inquietante e pericolosa terra di nessuno, un luogo di passaggio da attraversare in fretta - onde evitare o ridurre al minimo lo scambio e il contatto umano col vicino, quell'oscuro, insondabile, misterioso oggetto - fra lo sbarco dell'ascensore e, appunto, la soglia dell'augusta dimora. Rispetto alla quale, ogni capofamiglia italiano tende a sentirsi come l'incontrastato sovrano della Repubblica di Bingo Bongo. Da qui l'assoluta, totale indifferenza per quanto accade o per lo stato fisico delle cose al di là del confine segnato dallo zerbino, dal fantasioso portaombrelli e dai più stucchevoli (e contraddittori) messaggi di benvenuto affiancati al campanello. Il concetto è: mi frega SOLO (e già faticosamente) di quanto avviene da qui in DENTRO; da qui in FUORI possono anche avvenire crolli strutturali, bieche azioni di ogni tipo, financo pestilenze, carestie, tsunami; possono anche giacere topi morti. NON E' AFFAR MIO.
E dunque tutto si vive così: in questa dimensione ristretta, atrofizzata, stitica, assurdamente e claustrofobicamente autoreferenziale. Ogni giornata è uguale all'altra, con le sue piccinerie, i suoi minuscoli rituali che coinvolgono un numero minimo di propri simili di cui ancora più o meno ci si fida, più o meno, anche se non soprattutto, ci si serve, più o meno si ritengono simili a sé.
Una specie di orrida Lilliput, mancante di ogni fascino miniaturistico e grondante invece di ignoranza, diffidenza, cecità interiore. Un ottimo terreno per il proliferare delle paure, dei razzismi, delle intolleranze che, prima ancora che riguardare quello che ha la pelle di colore diverso - il "negro", che puzza (grande, intramontabile classico), il cinese, che vende tutto a due euro e mi rovina la piazza (nuovo bersaglio), il marocchino, che è un porco con le donne e viene a farsi mantenere qui perché non ha voglia di lavorare a casa sua (anche questo ormai quasi un classico al pari del "negro") - identificano infallibilmente, attraverso un fiuto, un istinto animale, il "diverso", in tutte le sue forme e manifestazioni; anche quello di pelle bianca. Quello che, si intuisce, è fuori dal coro. Quello che dentro il tuo minuscolo, asfittico gruppetto non ce lo vedi bene, anche se con te è cordiale, gentile, ammodo, non puoi dire niente. Quello strano, che non guarda la tivvù, non ascolta la Pausini, non si capisce bene come riempia il suo tempo libero e fa cose bizzarre tipo leggere libri, dipingere quadri, scrivere cose. Meglio tenerlo a debita distanza. Un po' per timore, un po' per un sottile disagio figlio di un sentimento di inadeguatezza che cova in questi animi anestetizzati senza arrivare al livello della razionalizzazione, bensì rimanendo nascosto nelle viscere; dove, mancando gli strumenti e/o la capacità di elaborazione intellettuale, restano a galleggiare i vissuti e il sentire di questa gente.
E del resto, è difficile sfuggire alla propria storia.
Questo è da sempre il Paese delle "famiglie" e dei "famigli", delle "contrade", dei "quartieri" e dei "sestieri", dei guelfi e dei ghibellini, dei bianchi e dei neri, dei Capuleti e dei Montecchi.
E mal vi può vivere chi, per diversa forma mentale plasmata dalla cultura, dalla sensibilità, dalla curiosità insaziabile per il mondo e per le cose, nonché proprio per la diversità, non può far propria questa asfissiante ristrettezza di vedute.

Laura

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