7 marzo 2011

IN ATTESA


E' vero. Ultimamente sono un po' sparita da questi paraggi.
Ma quando sparisco, non è che non ho niente da dire. 
Anzi.
E' che talmente tanti sono i pensieri che si accavallano in questo mio cervellino in perenne, problematica ebollizione, e tanti sono gli stimoli esterni che, volente o nolente, ti costringono a una ripianificazione, a un ripensamento, a una reimpostazione del tuo quotidiano... che alla fine si dovrebbero scrivere papiri infiniti per rendere conto di tutto ciò.
E' pur vero, però, che scrivere aiuta, sempre e comunque. Aiuta a guardarsi da fuori, ad approfondire, a fissare un qualche punto fermo in questo panorama interiore ed esterno sempre così mutevole, instabile, liquido sino alla schizofrenia.
Si può vivere così? Certamente non è facile, e ancor meno lo è per persone come me, nate con un particolare bisogno di risposte, spiegazioni, coordinate, vettori esistenziali non dico da individuare una volta per tutte e per sempre, ma insomma... di una qualche traccia da seguire della quale si possa essere ragionevolmente certi si ha pur bisogno. Temo però che sempre più si verrà tutti,  i più come i meno consenzienti/propensi/adatti, sospinti verso una dimensione esistenziale PRIVA di queste luci sulla pista. Piuttosto che ostinarsi irragionevolmente a cercarle nel buio della notte, o a tentare di riaccenderle a tutti i costi, sarà bene fare propria una strategia diversa: le luci sulla pista non le avremo più; la nostra pista sarà buia, e al buio dovremo imparare a muoverci, a sentire, a orientarci. E' ovvio che la prospettiva incuta timore. Eppure, si può vivere anche al buio. Quanto perciò, quanto nel prossimo futuro ci sarà utile il senso interiore, il terzo occhio, lo sguardo che parte da dentro! Gli occhi e la mente non smetteranno di essere importanti, ma di certo non basteranno, non bastano già più. Viceversa, sempre più importante diventerà trovare la luce DENTRO, non FUORI di sè.
Proprio in questi giorni scrivevo a Livia, la mia insegnante di yoga, donna di grande e sofferto equilibrio che non potrebbe essere più lontana dal clichè del santone del terzo Millennio, che leggo la mia personale inquietudine come il manifestarsi individuale di un travaglio cosmico, di un sobbollire di tensioni che stanno da tempo coinvolgendo tutto e tutti intorno a me. Nessuno, al momento, mi pare avere le idee particolarmente chiare su dove stia andando, su dove stiamo andando. Tutti siamo all'erta, come quando nella foresta amazzonica tutto tace, tutto si ferma, tutto si immobilizza nell'attesa della pioggia torrenziale, dell'uragano che viene preannunciato dalle nuvole basse e nere che incombono sul gran fiume dell'esistenza.
E' un Armageddon quello che deve arrivare? In molti lo pensano, e i soliti riferimenti apocalittici alla numerologia spicciola sul 2012 alle porte si sprecano. "Mille e non più mille" eccetera eccetera. Io certo non leggo quel che ci attende in questi termini. Forse perchè la mia dimensione non è quella della fede, forse perchè con il misticismo non sono mai andata un granchè d'accordo. Ma qualcosa mi pare senz'altro attenderci. D'altra parte, l'ordine costituito entro il quale sinora ci siamo mossi, chi più chi meno consenziente, chi più chi meno consapevole, porta in sè un tale numero di spaventose contraddizioni, spinte e controspinte, clamorosi squilibri, senza contare un penoso carico di universale frustrazione e infelicità, da far pensare che non si possa che passare da un drammatico quando INDISPENSABILE rivolgimento.
Nel frattempo, però, vivere bisogna. La vita, il quotidiano, i diritti da rivendicare e i doveri a cui assolvere, ci sospingono implacabilmente avanti, non ho ancora capito se purtroppo o per fortuna; ma forse la seconda che ho detto. Ed è altresì vero che serve pure darsi una tregua, darsi ossigeno con piccoli momenti di piccola felicità. Quella piccola felicità che si nutre dei gesti, delle parole, della stessa, sola magica presenza degli altri nelle nostre vite. Un abbraccio di chi ci ama, i preziosi punti di vista di chi ci circonda, che SEMPRE occorre ascoltare, SEMPRE occorre sforzarsi di capire, SEMPRE ci possono insegnare qualcosa, o quantomeno dare materia su cui riflettere; un po' di musica in compagnia, l'ingenua semplicità dei più piccoli, dei nuovi arrivati nelle famiglie, la compagnia silenziosa degli animali... A tutto questo si può, si deve forse aderire con forza per stare a galla in questo momento che mi pare così oscuro, così indecifrabile... qui stanno forse l'ancora di salvezza, il senso, la risposta, il conforto (specie per chi non sa se Dio c'è, e se c'è dove sta, cosa sa, cosa fa, come passa il suo tempo eterno). Non tanto lontano, quindi, da essere inafferrabili. La cosa forse più difficile e impegnativa è questo mio continuo oscillare fra la consolante coscienza di tutto ciò e i momenti in cui il buio intorno sembra invadermi dentro, stringersi intorno alla mia vita e toglierle l'ossigeno, oltre che il senso. Questa corruzione del mondo e delle cose, questo "avanzato stato di decomposizione", mi pare che in alcuni momenti spanda nell'aria un fetore insopportabile, che la renda ben più irrespirabile di quanto già non sia a causa dei veleni che produciamo. Non so se anche gli altri lo sentano quanto a volte lo sento io, questo fetore di disfacimento, al quale forse somiglia quello di quei terribili e orribili, schifosi fiori tropicali che fioriscono una volta ogni tanto e ammorbano l'atmosfera con l'odore della morte. Sta di fatto, però, che qualcosa di inquietante spinge la gente da un lato a isolarsi, a un autismo culturale che si esprime, ad esempio, in questo nevrotico, assurdo ricorso alle cuffie nelle orecchie, che non servono affatto ad ascoltare musica bensì a non ascoltare gli altri, e in realtà nemmeno se stessi: una sorta di velenosa autoipnosi che rende le persone delle monadi autoreferenziali anche in mezzo a una folla da stadio; e dall'altro, in evidente e irrisolta contraddizione, le spinge nel contempo a cercare spasmodicamente quel surrogato di comunicazione e contatto con l'altro che sempre più è la conversazione telefonica, via mail, via Facebook, via questo, via quello. Tutto, tranne il faccia a faccia. Onesto, sano, difficile e doloroso a volte. MA SANO, UMANO, NORMALE, PER DIO!!! L'I-Pod e il cellulare non sono altro che le due facce della medaglia di questa fuga senza meta, di questo malessere collettivo, di questo vagare in uno spazio-tempo compresso e soffocante di cui gli angusti e maleodoranti spazi della metropolitana milanese sempre più mi paiono, nei miei quotidiani andare-venire dal nulla e verso il nulla (solo uno spostamento fisico privo di profondo significato), pregnante metafora e perfetta rappresentazione scenica.
E in tutto questo, sempre meno, sempre meno il senso sta nel "fare" lavorativo... un "fare" che pochissimo e in pochi, transitori momenti corrisponde alle tue inclinazioni, ai tuoi interessi, alle tue ambizioni. Forse questo stato di cose obbliga anche a ripensare la collocazione del senso dell'esistenza, a non legarla eccessivamente alla dimensione lavorativa. A spostare il focus, per così dire. A rivolgerlo verso se stessi in modo meno "performante", per usare una parola abusata, e verso gli altri con maggiore attenzione e anche maggior abnegazione. Aiutare se stessi aiutando gli altri, ecco. Il che non necessariamente si deve fare a partire da presupposti di fede. O forse si potrebbe introdurre una distinzione un po' paradossale, ma secondo me reale, tra fede religiosa e fede... laica. Io per esempio non credo di/in una fede religiosa. Però credo. Eccome, se credo. La mia vita è sempre fortemente stata sostenuta dai "credo". Alcuni ad oggi mi appaiono sempre più lontani, sbiaditi, privi di liquidi vitali. I fossili del mio cammino esistenziale, diciamo. E mi pare evidente che sia giunto il momento di dare spazio ad altro. Ma senza rinnegare. MAI rinnegare, come Cristo stesso ci insegna. Ma piuttosto capire cosa lasciare e cosa tenere, in questo immenso inventario della nostra vita che mi è sempre piaciuto immaginare come la luna dove Astolfo, nell'Orlando Furioso, va a cercare il senno di Orlando impazzito d'amore per Angelica, e dove vanno a finire tutte le cose che si perdono in Terra:
le mille domande, le poche risposte, i sorrisi e i dolori, le immense nostalgie, il perduto e il vissuto, le grandi emozioni, le scoperte e le sconfitte, gli inaspettati recuperi e tutti quei momenti in cui si è sentito qualcosa.

Laura

2 commenti:

La Betta ha detto...

condivido tutto, dalla prima all'ultima parola...siamo in due ad avere il cervello sempre in cerca di un "centro di gravità permanente"!
a volte penso che sarebbe meglio essere un po' superficiali, non farsi domande...lasciarsi semplicemente trascinare dal flusso delle cose, dal tempo, nella girandola della vita quotidiana, spegnendo del tutto i pensieri...
ma in fin dei conti, forse, il nostro bello è proprio questo! dobbiamo solo imparare ad essere un po' più "zen", a corazzarci per affrontare l'uragano senza lasciare che ci sconvolga del tutto!

Laura ha detto...
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